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Carl Gustav Jung, psichiatra svizzero, si pone al centro del pensiero della psicologia del profondo. Inizialmente seguace di Freud e del pensiero psicoanalitico, se ne distacca successivamente per costruire un nuovo  modello teorico: la Psicologia Analitica.

Jung porta preziosi contributi alla possibilità di comprendere la psiche umana: dalla Teoria dei Complessi a quella dei Tipi Psicologici, dalla concettualizzazione di Inconscio Collettivo alla definizione di Archetipo.
Il pensiero di Jung, non si limita alla clinica ma va oltre, supera i limiti della psicologia per intersecarsi con l’antropologia, la teologia, l’alchimia, la mitologia, la letteratura, l’arte, il folklore, le tradizioni popolari. Egli studiò molto le culture di luoghi e tempi diversi, si interessò di fenomeni paranormali, trovò immagini simili nella mente e nelle creazioni di uomini sani, malati, schizofrenici, appartenenti al passato e a luoghi anche molto lontani tra di loro.

Scopre, così, il fascino di un “inconscio comune” secondo cui la psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima.
Fondamentali, poi, sono i contributi che Jung porta all’interpretazione del sogno modificando i concetti espressi da Freud. Jung  ha un più ampio respiro al significato stesso del sogno sia in funzione di una comunicazione tra parti del sé ed espressione di bisogni e desideri, sia in qualità di indicatore di una strada da percorrere.

Inconscio personale ed Inconscio collettivo

Processo di Individuazione 

Gli Archetipi

Inconscio Personale e Inconscio Collettivo

 

Per Jung l’inconscio ha un autonomo corso di sviluppo ed è complementare alla coscienza. Non solo non è riducibile a deposito di ricordi rimossi (come lo era invece per Freud) , ma è sorgente di energie sane e di soluzioni creative. 

L’inconscio non è solo sede di tutte quelle percezioni, quei pensieri e sentimenti che non riescono ad accedere alla coscienza e che restano sospesi, non già rimossi, allo stato subliminale; esso contiene anche quelle combinazioni di senso non ancora in grado di divenire coscienti: intuizioni, immagini suscettibili di penetrare e fecondare la coscienza.

Secondo Jung c’è uno strato superficiale dell’inconscio chiamato inconscio personale che corrisponderebbe grosso modo all’inconscio freudiano e i suoi contenuti sono principalmente “i complessi a tonalità affettiva”. 

A differenza di Freud però sostiene che l’inconscio personale poggia su uno strato ancora più profondo e oscuro della psiche che non deriva da esperienze personali ma è innato: l’inconscio collettivo. In esso sarebbero depositate, in senso metaforico, le tracce mnestiche di esperienze dei nostri antenati: immagini, simboli, paure, forme di elaborazione del pensiero, che sono in noi e che possono determinare singolari fenomeni oltre che dirigere i nostri istinti. L’inconscio collettivo è universale ed ha contenuti che sono gli stessi in ogni luogo, tempo e cultura, è identico in tutti gli uomini e costituisce un substrato psichico comune di natura sovrapersonale. Nell’inconscio collettivo ci troviamo davanti ad immagini universali presenti fino dai tempi remoti.

Esso si distingue dall’inconscio personale per il fatto che non deve come questo la sua esistenza all’esperienza personale, non è cioè un’acquisizione individuale: mentre l’inconscio personale è formato da contenuti che sono stati un tempo consci, ma poi sono scomparsi dalla coscienza perché dimenticati o rimossi, i contenuti dell’inconscio collettivo non sono mai stati nella coscienza e perciò non sono mai stati acquisiti individualmente, devono la loro esistenza esclusivamente alla costituzione psichica dell’individuo determinata dalla nascita, come bagaglio della specie.

Le immagini primordiali universali che popolano l’inconscio collettivo vengono chiamate da Jung  “Archetipi”.

Il Processo di Individuazione

 

Il Processo di Individuazione, perno centrale della teoria junghiana, è la tensione che spinge l’uomo alla ricerca della propria identità. Corrisponde al naturale corso della vita in cui l’individuo diventa quello che da sempre era.

L’individuazione è il processo per cui la persona diventa se stessa, un essere umano intero, inscindibile e differenziato dalla psiche collettiva conscia e inconscia: è un progressivo ampliamento della personalità. Può essere considerata un progetto di un’autorealizzazione che si rende possibile nel confronto con la propria interiorità e con il mondo esterno. 

L’Individuazione rappresenta un percorso nell’inconscio che conduce fino alla completezza finale, il Sè, come integrazione delle diverse parti psichiche in una totalità. Si aggiungono alla personalità non solo gli aspetti consapevoli ma soprattutto la ricchezza che deriva dall’inconscio.

Questo processo è caratterizzato da due aspetti fondamentali: da un lato è un processo d’integrazione interiore delle parti inconsce e dall’altro è un processo oggettivo di relazione: il senso della propria identità implica la relazione con l’altro come diverso da sé, si struttura confrontandosi, scontrandosi e misurandosi nei rapporti relazionali. 

Al termine del processo l’uomo non ha più come centro l’Io ma il Sé: non è più un individuo con aspetti di cui è consapevole e molte aree inconsce di cui non è consapevole ed agiscono a sua insaputa, ma è un individuo in cui tutte le sue parti, più superficiali, più profonde, ritenute positive o negative, sono presenti.

 

Un elemento caratteristico di ogni viaggio attraverso l’inconscio è il verificarsi di ciò che Jung ha chiamato enantiodromia, parola che significa “ritorno all’opposto”. Certi processi mentali si trasformano a un certo punto nei loro contrari, come ad opera di una sorta di autoregolazione. Questa nozione è stata esemplificata simbolicamente da molti filosofi, religiosi e poeti: nella Divina Commedia, ad esempio, vediamo Dante che, raggiunto il punto più profondo dell’Inferno, inizia il primo passo verso l’alto, in opposta direzione verso il Purgatorio e il Paradiso. Questo misterioso fenomeno di spontaneo capovolgimento della regressione è stato sperimentato da tutti coloro che sono passati con successo attraverso un periodo di “tormento psichico”, nel quale, nel momento in cui il dolore diviene insostenibile, nel punto più basso della discesa, appare un primo gradino per risalire dall’altra parte.

Come nella ferita si cela il segreto della nostra guarigione, così sarà la discesa al nostro inferno a consentirci la salita al nostro paradiso.

Questo processo è un cammino attraverso la foresta dei simboli, attraverso il mondo degli Archetipi, i quali si presenteranno, in genere, in un determinato ordine.

La prima tappa del cammino di Individuazione è l’incontro con l’archetipo dell’Ombra, il fratello oscuro invisibile, ma inseparabile da noi. Essa è la figura più prossima alla coscienza e tra tutti gli aspetti della personalità è il primo ad emergere nel corso di un’analisi. La seconda tappa è caratterizzata dall’incontro con quelle figure psichiche che Jung chiama con i termini latini “Anima”, nell’uomo, e “Animus”, nella donna. Queste due figure archetipiche rappresentano la parte di psiche che ha a che fare con il sesso opposto e indicano sia la modalità del nostro rapporto con esso, sia il deposito dell’esperienza collettiva umana a riguardo. 

Una successiva pietra miliare dello sviluppo interiore è rappresentata dall’Archetipo dello Spirito, il quale personifica appunto il principio spirituale. E quando l’Individuazione è raggiunta, l’Io non è più il centro della personalità, ma come un pianeta che ruota attorno ad un sole invisibile, il Sé. L’individuo ha acquistato un maggiore equilibrio e non teme più la morte, poiché ha trovato se stesso ed ha trovato anche il vero legame con gli altri uomini. 

 

Il primo passo verso l’Individuazione comincia con una voce che chiama, o forse dovremmo dire che richiama, un po’ come il nostro primo vagito, alla vita. 

Le potenzialità dell’individuo infatti si rivelano spesso solo se ve ne è il bisogno, solo quando il mondo ci mette alla prova.

La solitudine, la malattia, il tradimento, che per un verso rappresentano l’irrompere della morte nella vita, sono peraltro preziosi per l’anima perché un’accresciuta consapevolezza del nostro limite ci fa scoprire la forza che consente il superamento. 

I dolori sono perciò pietre miliari che portano alla conoscenza: la ricerca di una risposta personale diviene la via di una cura che porta al ritrovamento di un senso e dalla sofferenza si spalanca la possibilità di trasformare il proprio atteggiamento verso la vita. Le esperienze negative sono le più preziose per l’arricchimento interiore perché permettono un progressivo ampliamento della personalità e il cammino dell’individuazione. 

Scendere nei luoghi più lontani della psiche può spaventare ma nel tempo si traduce in un respiro nuovo: si passa da una superficie piatta alla profondità tridimensionale, come è descritto, ad esempio, nel sogno di un ragazzo che si tuffa in mare, trattiene a fatica il respiro, ma vede dei pesci meravigliosi, che riesce poi a portare in superficie. Questo è un processo di integrazione dal momento che si aggiungono alla personalità non solo gli aspetti consapevoli, ma principalmente ciò che deriva dalla ricchezza dell’inconscio.

Il processo di autoconoscenza non è mai un dipanarsi lineare di sola ascesa, ma un procedere vario che comporta anche l’arresto o la retrocessione. In questo senso, l’esistenza umana è un continuo morire e rinascere, in cui ogni passaggio ad uno stadio superiore di sviluppo richiede un sacrificio di ciò che si è precedentemente costruito e su cui cristallizzarsi sarebbe di impedimento alla nostra crescita. 

E importante non è ciò che diventeremo - poeti, medici o scienziati - ma se riusciremo ad essere pienamente se stessi. 

Gli Archetipi

 

Gli Archetipi, come espressione dell’inconscio collettivo, sono rappresentazioni trasmesse ereditariamente dai tempi più remoti e comuni a tutti gli uomini, non frutto dell’esperienza individuale ma universale. 

Queste immagini primigenie aventi ciascuna un preciso significato, si esprimono in simboli presenti in tutti i tempi, luoghi e culture, compaiono nelle arti, nelle religioni, nei sogni, nelle usanze sociali di tutti i popoli e si manifestano spontaneamente nelle malattie mentali. Sono centri dell’energia psichica, hanno una caratteristica divina di tipo vitale ed è probabile che la loro manifestazione si verifichi in circostanze critiche, attraverso un evento esterno o a causa di qualche mutamento interiore. 

Le loro molteplici manifestazioni si ritrovano soprattutto nelle fiabe, nei miti, nelle religioni e nell’arte. In questo caso si tratta di forme specificatamente improntate, trasmesse nel corso di lunghi periodi. Invece la loro apparizione diretta, come ci si presenta individualmente nei sogni e nelle visioni, nell’immaginazione attiva, nei deliri degli psicotici o nelle fantasie negli stati di trance, è molto più individuale e ingenua. Nel linguaggio dell’inconscio, che è un linguaggio per immagini, essi compaiono in forma personificata o simbolica.

Gli Archetipi non sono determinati dal punto di vista di contenuto ma solo in ciò che concerne la forma: sono elementi vuoti, formali, una possibilità data a priori della forma di rappresentazione. Il modo in cui l’Archetipo si manifesta, volta per volta, sul piano empirico, non può essere dedotto unicamente dall’Archetipo stesso ma poggia su molti fattori, è iridescente, cangiante, a seconda del contesto in cui è inserito. In ogni individuo, infatti, l’Archetipo si riveste dell’esperienza e dell’immaginazione personale assumendo una forma unica. Per esempio, il nucleo negativo di tutto ciò che vi è di oscuro e di brutto, caratteristico dell’Archetipo dell’Ombra, è universale, ma per una persona può apparire in veste di animale feroce, per un’altra come un tiranno, per un’altra ancora come un vampiro e così via.

“L’immagine archetipica” è l’aspetto fenomenico condizionato dalla storia e dalla cultura, attraverso la quale l’archetipo si manifesta, l’immagine che ci appare in modo diretto nel mito e nel sogno. Essendo gli elementi fondamentali della fantasia, le immagini archetipiche sono mezzi mediante i quali il mondo è immaginato, e quindi le modalità grazie alle quali tutta la conoscenza, tutta l’esperienza diventa possibile.  

 

Per Jung l’Archetipo è una realtà tra lo psichico e il somatico: da un lato ha radici nell’istinto, nella sfera organica, dall’altro presenta una dimensione spirituale: in quanto collegato all’istinto esso è una predisposizione innata a determinate prestazioni psicologiche, in quanto collegato alla sfera spirituale, è una categoria a priori della coscienza, una dimensione trascendentale. L’universalità degli Archetipi è stata interpretata dai post-junghiani o come un prodotto della struttura del cervello umano o come l’espressione di una sorta di anima del mondo neoplatonica.

 

Esiste una varietà quasi infinita di Archetipi, alcuni sembrano lontani dalla coscienza, altri sono più immediati. Tra i più importanti:

 

La Persona

Ognuno porta sul volto una maschera che Jung definisce Persona. 

“Persona” era anticamente il termine che designava nel teatro latino la maschera che gli attori indossavano per entrare nel ruolo del loro personaggio, perciò rappresenta la somma degli atteggiamenti convenzionali che l’individuo adotta in seguito all’appartenenza a certi gruppi. La Persona permette una mediazione tra il singolo e il mondo esterno e promuove l’adattamento alla società, è sempre coerente e univoca nella sua fissità e opacità, e nasconde, dietro un’inautentica e formale correttezza, l’incapacità di gestire le proprie emozioni e i propri sentimenti. I suoi aspetti più appariscenti si manifestano nei pregiudizi razziali e sociali.  

Questa maschera è l’aspetto più epidermico della personalità, non è nulla di reale ma è un compromesso tra l’individuo e la società. Non è identificabile con l’intera personalità, anzi, la nostra dimensione umana è spesso molto diversa dal ruolo che siamo costretti a rivestire. 

Spesso accade che si operi un adattamento falsato alle proprie richieste interne, che si assuma la fittizia costruzione di un ruolo che permette di procedere in un’esistenza che va avanti quasi per inerzia, e che risponde solo alle aspettative che altri hanno formulato per noi. Queste costruzioni fittizie sono comunque funzionali alla propria sopravvivenza, vale a dire che se si accetta di tradirsi è perché questo appare l’unico modo possibile per contenere le proprie tensioni interne. Questa è la ragione per cui l’individuo opera un camuffamento e mette in atto una modalità di rapportarsi a se stesso e agli altri volta a mascherare e ad occultare problematiche più profonde.  

Il pericolo più immediato in cui si incorre è finire con l’identificarci totalmente con quel personaggio inautentico. 

La Persona, come un’armatura protettiva, consente di affrontare la realtà temuta, che è quella dei rapporti umani e delle paure a cui essi ci espongono. Cerchiamo di tutelarci dal mondo delle emozioni: l’uomo deve proporre all’altro un’immagine di se stesso che deve essere accettata, e ciò è ritenuto possibile solo nella misura in cui si celano le proprie emozioni.  

 

Spesso nei sogni compaiono immagini rivelatrici di questo Archetipo: possiamo, ad esempio, sognare di essere davanti ad uno specchio e vedere riflesso uno sconosciuto. Si tratta di un aspetto del sognatore stesso, un tratto nascosto dietro la maschera invisibile che la coscienza nega ma che il contatto con l’inconscio, rappresentato dall’atto del rispecchiamento, ci addita chiedendocene il riconoscimento. 

La sofferenza e la ricerca del senso profondo della nostra esistenza ci costringe a togliere il travestimento e riuscire ad intravedere i veri lineamenti del nostro volto. Solo togliendo la maschera possiamo mobilitare l’energia vitale che c’è in noi. Ciò è sempre un’impresa dolorosa che imprime una profonda ferita narcisistica, giacché ogni camuffamento è un atto difensivo di un’immagine di sé, che seppure nella sua inautenticità, ci ha permesso di vivere fino ad ora. Togliersi la maschera significa abbandonare la falsa quiete del nascondimento che protegge un’immagine distorta di se stessi per provare ad incarnare il proprio destino, rischiando fino in fondo.

L’Ombra

L’Ombra, al contrario della luminosa Persona, appartiene all’oscurità psichica, rappresenta tutti quegli aspetti che sono rifiutati da noi stessi e dalla coscienza collettiva, che sono soggettivamente penosi e che generano colpa, vergogna, impotenza, vissuti persecutori e di autosvalutazione. 

La Persona, facendosi garante del canone culturale vigente, esclude determinate istanze psichiche sia reprimendole nell’inconscio sia cercando di eliminarle. Tutte queste qualità, capacità e tendenze, che non armonizzano con i valori collettivi, costituiscono l’Ombra.

Essa racchiude perciò il negativo della personalità, è la somma di quelle caratteristiche personali che l’individuo desidera nascondere agli altri e a se stesso, è il condensato di tutto ciò che vive come inaccettabile. Ha a che fare con quella dimensione in cui va a precipitare la qualità diurna, solare e rassicurante della nostra coscienza: è l’aspetto notturno, la parte più oscura del nostro essere e contiene le immagini più inquietanti che si affacciano alla mente, è il concetto del Male.

Inoltre, per il principio junghiano della compensazione, essa è proporzionale allo splendore della Persona: tanto più ci innalziamo ad un livello di luce e di grandezza, tanto più siamo inconsciamente invischiati con l’Ombra. 

Più tenace è stata la rimozione più violenta sarà la modalità con la quale l’Ombra si esprimerà perché ogni forte emozione prima o poi troverà una strada, un varco attraverso cui venire alla luce. Dal momento che è stata scissa dal resto della personalità, quando irrompe in superficie lo fa in modo incontrollato e inaspettato e in forme che possono diventare anche pericolose. Più l’individuo cerca di nascondere l’Ombra a se stesso, più questa tende a diventare attiva e a compiere azioni malvagie: liberata dal controllo della personalità cosciente può temporaneamente sopraffare l’individuo e portarlo ad azioni riprovevoli. Ripensiamo alla storia narrata da Stevenson: Mr Hyde rappresenta il volto nascosto del rispettabile dottor Jekyll, il suo alter-ego, la sua Ombra.

 

L’incontro con la nostra Ombra è destabilizzante e di fronte ad essa istintivamente arretriamo, rimanendo paralizzati e inermi. Essa ci appartiene intimamente dal momento è l’insieme degli aspetti di noi stessi che abbiamo esiliato laggiù ma, nonostante questo, viene percepita come assolutamente estranea.

Spesso l’Ombra si manifesta nei sogni come l’antagonista che presenta le caratteristiche di segno contrario alla personalità dell’Io. Il soggetto sogna un individuo, in genere del suo stesso sesso, ripugnante che è sempre diverso, ma che tuttavia conserva costantemente certe caratteristiche e mostra anche taluni tratti che ricordano quelli del sognatore. Infine giunge il momento in cui l’individuo comprende che questa persona non è altro che lui stesso, o piuttosto la sua Ombra, e ciò gli consente di diventare consapevole di quegli aspetti della propria personalità che si era sempre rifiutato di vedere. 

Non solo nei sogni ma anche nei miti, nelle favole, nella letteratura, nelle allucinazioni, l’Ombra è molteplice e complessa ma in genere si può riconoscere nell’immagine del doppio e dell’avversario. E’ il caso degli orchi, delle streghe cattive o del lupo malvagio nelle fiabe per bambini. La rappresentazione dell’Ombra può essere un demone, una belva affamata, un serpente, un drago spietato, un vampiro. Spesso è simboleggiata da animali feroci che rappresentano tutta l’istintualità insita nell’uomo e che la società cerca di reprimere. 

 

Questa è la prima prova di coraggio da affrontare sulla via interiore, una prova che basta a far desistere, spaventata, la maggior parte degli uomini. 

L’incontro con se stessi è una delle esperienze più sgradevoli ma produttive nella nostra vita. Chi è in condizione di vedere la propria Ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito: ora almeno si trova davanti al suo vero Sé, indifeso, raccapricciante ma autentico.

Anima - Animus

Per affrontare il tema della relazione tra maschile e femminile, sia a livello interpersonale che a livello intrapsichico, Jung postula un’esistenza psichica che si presenta sempre in forma bipolare: Anima - Animus. 

L’Anima è l’immagine del femminile che ogni essere umano di sesso maschile ha interiorizzato mentre l’Animus è l’immagine del maschile in ogni essere umano di sesso femminile.

L’Anima nell’uomo e l’Animus nella donna sono difficilmente accessibili, si radicano in zone molto profonde nell’inconscio e l’accesso a queste figure diventa possibile, di norma, solo dopo l’esplorazione dell’Ombra, come se quest’ultima impedisse il passaggio. 

Ma la difficoltà deriva anche dalla natura stessa di queste immagini: appartiene alla loro natura l’essere proiettate su oggetti del mondo esterno come personificazioni dell’altro sesso: nell’uomo prende la forma della figura femminile e nella donna quella di una figura maschile. Una determinata persona ci attrae perché attiva la nostra Anima o Animus. Quando siamo attratti da una persona, esiste una motivazione inconscia verso di lei che ha a che fare con relazioni oggettuali interiori, cioè con l’immagine inconscia del femminile o del maschile che abbiamo dall’infanzia.

L’Anima nella mentalità maschile, è una presenza materna e una specie di divinità femminile, come una musa immersa in un’atmosfera sentimentale; mentre l’Animus della mentalità femminile, mostra tratti virili, autoritari e intellettuali. 

Nonostante Anima e Animus abbiano uguale importanza, Jung ha approfondito in modo maggiore l’Archetipo dell’Anima.

“Anima” indica qualcosa di meraviglioso, magico e immortale. E’ alla base dei nostri umori, reazioni, impulsi e di tutto ciò che esiste di spontaneo nella psiche. Per Jung è un “angelo di luce”, qualcosa di inquietantemente vivo. Essa racchiude un sapere segreto o una saggezza nascosta, ha natura elfica. Esprime la vita ed è l’archetipo della vita stessa. 

L’Anima permette l’accesso al mondo del trascendente, del metafisico e degli dei, ed è quanto di più profondo esiste in noi. E’ portatrice di creatività. 

Come ogni Archetipo è una figura bipolare e può apparire come positiva o negativa, vecchia o giovane, madre o fanciulla, fata o strega, santa o prostituta. 

L’Anima si manifesta in sogni, visioni e fantasie, nei miti di tutti i popoli ed è stata fino dai tempi antichi una ricca fonte di ispirazione per i poeti (pensiamo a Beatrice di Dante o a Laura di Petrarca). Per l’uomo antico era la dea o la strega, nel Medioevo era proiettata nella Regina del cielo e nella Madre Chiesa o può, in tutti i tempi, semplicemente rappresentare la madre personale quale patrimonio di risorse spirituali e morali. E’ la madre infatti la prima portatrice dell’immagine dell’Anima e successivamente prenderà forma in tutte le donne con le quali l’uomo entrerà in relazione. 

 

Anima e Animus, sebbene si fondino nell’infantile e nel primitivo, se non sono sufficientemente integrati dall’Io, affliggono turbamenti diversi a seconda che provengano dall’una o dall’altra delle due figure: un uomo sotto l’influsso dell’Anima è soggetto ad umori sconsiderati, all’istintualità e la vedrà come regina, come strega o sirena che sollecita fantasie erotiche. Quando è molto attivata, essa ammollisce il carattere dell’uomo rendendolo più suscettibile, lunatico, geloso e vanitoso. 

Una donna in preda al proprio Animus vorrà avere sempre ragione ed esprimerà opinioni autoritarie, come una “Diana” virile e rivendicativa.

Mentre nel suo aspetto positivo l’Anima è vista come l’amata, colei con la quale l’uomo può entrare in relazione e generare dei figli, nel suo aspetto negativo diviene la seduttrice crudele che porta alla rovina e alla morte; la donna diventa allora la creatura dell’illusione e della seduzione mortale. La seduzione di un femminile mortifero, che pietrifica con il suo sguardo o che spinge verso la morte, come la Medusa e le sirene del mito, ha come contraltare l’immagine di un maschile altrettanto distruttivo. È un maschile tenebroso, potente e terrificante, portatore di un pericolo mortale.

 

La teoria junghiana, essendo basata sulla tensione degli opposti, considera fondamentale l’integrazione della propria dimensione controsessuale: l’uomo dovrà riuscire a integrare in sé il tipo di sensibilità di rapporto con il mondo tipicamente femminile (l’Eros dell’Anima), la donna dovrà conquistare una dimensione psicologica maschile (il Logos), con le sue pretese intellettuali. 

Solo così si può accedere ad una nuova modalità di rapporto, con se stessi, con gli altri e soprattutto con il partner: perché un rapporto di coppia sia creativo è indispensabile che ciascuno abbia una relazione cosciente con la propria istanza eterosessuale. Infatti, se un uomo approfondisce la propria dimensione femminile e la donna quella maschile, è più difficile che ci siano reciproche proiezioni di esigenze e aspettative inconsce. 

Il Puer Aeternus

Il Puer Aeternus (Eterno Fanciullino) rappresenta gli aspetti più creativi della personalità, i più fragili e insieme i più autentici: un’immediata espressione di sé, una visione all’altro scevra da preconcetti, la capacità di partecipare affettivamente alla realtà, la curiosità, la capacità di rinnovarsi, la flessibilità, il desiderio di conoscere, la gioia e il piacere che accompagnano le esperienze. 

Il Puer Aeternus esplora l’ambiente con curiosità e meraviglia, lo plasma e lo rimodella attraverso il gioco e così facendo sviluppa una propria esclusiva immagine del mondo conquistando contemporaneamente una propria identità. 

Questa capacità di interazione tra l’Io che partecipa alla realtà animandola e il mondo, è presente per tutta la vita, ma nell’infanzia assume un’intensità e una magia indimenticabili.

L’infanzia è l’unico luogo dove il reale e il possibile hanno coinciso, dove la realtà si sfumava nella fantasia e viceversa. Essa è luogo dove coscienza e inconscio si scontrano continuamente nell’immaginazione: le immagini forniscono il fondamento della coscienza, il bambino se ne serve per capire le cose. È per questo che questa precoce età resta un territorio mitico, il luogo dell’eterno ritorno e dell’eterna nostalgia.

Non è la fanciullezza come età cronologica, come luogo e tempo dell’esperienza a costituire la bellezza bensì lo sguardo dell’infante sul mondo. Nel bambino è evidente un senso di continuità con la natura, permeata dalla gioia connessa al potere di scoprire e di creare, al potere di fare, manipolare e modellare. Egli rappresenta la creatività, l’intuizione, lo stupore, la capacità di godere, l’immediata espressione di sé e l’ingenuità. 

Prima ancora degli psicologi sono stati gli scrittori, e in particolare i poeti, a intuire come lo slancio e l’amore per la natura, il senso della meraviglia che schiude l’animo alla conoscenza e la sensibilità al bello, siano prerogative del bambino interiore che alberga in ognuno di noi. Pensiamo ad esempio a Pascoli: il suo fanciullino (“Il fanciullino”, 1897) è portatore di emozioni, di dolore e di gioia, non conosce né opera giudizi mediante la ragione, non si accosta alle cose con una valutazione logica ma attraverso la meraviglia. Vede tutto come fosse la prima volta, è curioso, scopritore di ingegnose relazioni e somiglianze tra le cose.

Il genio della fanciullezza, però, sembra venire frustrato durante il corso della vita quando la spontaneità, la curiosità, l’amore per la fantasia e l’aspetto ludico dell’esistenza vengono lentamente soffocate dalle regole educative che rinforzano la competitività a prezzo del gioco, il giudizio a scapito della spontaneità, il dovere a danno della fantasia. Si crea pian piano una corazza dalla quale poi è difficile spogliarsi. 

Queste energie sono presenti in ognuno, c’è solo bisogno di risvegliarle.

 

Il Puer, se da un lato rappresenta un rinnovamento della vita, la spontaneità e una nuova possibilità esistenziale, manifesta anche un lato distruttivo: può rappresentare l’infantilismo, l’aspetto che spinge indietro, che porta a essere dipendenti, pigri, giocherelloni, a fuggire i problemi e le responsabilità della vita, in ultima analisi, a restare infantili. E’ come se si attivasse il bimbo che dice: “voglio tutto, e se non posso averlo è la fine”. Il Puer rifiuta di crescere e superare il problema della madre: questo è oggi un problema sociale, per la sua diffusione: in generale identifichiamo con l’Archetipo del Puer l’uomo che rimane troppo a lungo nei limiti di una psicologia adolescenziale, che conserva cioè anche in età adulta i tratti caratteristici del giovane. Nella maggior parte dei casi questo prolungamento dell’adolescenza si combina con una dipendenza troppo stretta dalla madre. 


Nei sogni, nella mitologia o nella letteratura, il Puer può presentarsi come neonati o bambini molto piccoli, in fasce, che sanno parlare o scrivere perfettamente, recitano proverbi profondi, attenevano discorsi eruditi. Il bambino che appare nei sogni reca con sé una saggezza che sprigiona un’enorme energia e che rappresenta nella nostra vita inconscia potenzialità ancora inespresse e promesse di sviluppi futuri, è il nostro futuro in attesa di esplicarsi. 

 

Attraverso l’accettazione dell’aspetto positivo dell’archetipo del Puer, l’uomo può conservare, anche in età adulta, la capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi del bambino, che si manifesta come flessibilità nell’adattamento, capacità di cambiare le proprie idee se e quando lo richieda la situazione, originalità, capacità di fornire risposte uniche o insolite, fluidità di linguaggio, partecipazione attiva al mondo, la curiosità nei confronti del nuovo e del diverso, la disponibilità ad esplorare nuovi territori mentali.

Il Vecchio Saggio

L’archetipo dello Spirito, o Vecchio Saggio, è la personificazione del principio spirituale. 

Di solito l’individuo incontra tale Archetipo in situazioni critiche della propria vita, quando deve prendere decisioni difficili. 

Il Vecchio Saggio è l’Archetipo dell’uomo potente, eroe, mago o sovrano, e rappresenta lo “spirituale”. Contrapposto ad esso vi è l’Archetipo della Grande Madre, figura materna, sovrana, piena di pietà e di misericordia che rappresenta il “materiale” tipico della donna (gravidanza, parto, allattamento, carezze, contatto fisico).

Il Vecchio Saggio si personifica nei sogni, nel mito e nel folclore sotto molteplici forme simboliche: mago, medico, sacerdote, maestro, persona autorevole, vento, gnomo, figure di antenati, animali che danno aiuto, divinità, stregoni presso i popoli primitivi, sacerdoti e monaci di tutte le religioni o qualsiasi uomo capace di dare buoni consigli. Talvolta è sostenuto da un vero e proprio spirito, quello di un morto; più raramente, personificazioni dello spirito sono figure grottesche simili a gnomi o animali sapienti e parlanti. 

Il Vecchio Saggio si presenta sempre in una situazione in cui perspicacia, intelligenza, senno, decisione e pianificazione sarebbero necessari, ma non possono provenire dai mezzi propri dell’individuo in quel momento di vita; così l’Archetipo compensa questo stato di carenza spirituale.

Anche nelle fiabe il vecchio appare sempre quando l’eroe si trova in una condizione critica o disperata, dalla quale può liberarlo solo una profonda riflessione o intuizione, dunque una funzione spirituale. L’Archetipo dello Spirito, portando alla presa di coscienza, libera l’individuo dalla fatica di pensare da solo. Anzi il Vecchio è proprio questa adeguata riflessione e concentrazione delle forze morali e fisiche che si compie spontanea in una regione psichica fuori della coscienza.

Spesso nelle fiabe il Vecchio interroga sul chi, sul perché, sul dove l’individuo sta andando per avviare con ciò la riflessione su se stessi e la concentrazione delle proprie forze. Spesso egli accorda anche i mezzi magici necessari. Il Vecchio Saggio riesce a vedere oltre la situazione oggettiva, è capace di fornire informazioni preziose che aiuteranno il protagonista a superare quel particolare momento, sa quali strade conducono alla meta e le indica all’eroe mettendolo in guardia contro pericoli futuri. 

Il Vecchio rappresenta da un lato riflessione, saggezza e intuizione, dall’altro anche qualità morali come benevolenza e sollecitudine. E’ immortale e penetra le tenebre caotiche della vita ordinaria con la luce del significato. Conformemente alla sua originaria natura di vento, lo spirito è sempre l’essenza attiva, mossa, che vivifica, stimola, infiamma e ispira. E’ il dinamico e costituisce quindi l’opposto della materia, della staticità, dell’inerzia e dell’assenza di vita. Si tratta insomma del contrasto tra la vita e la morte perché lo Spirito è essenzialmente ciò che vive e dà vita. 

 

Abbiamo visto come tutti gli archetipi, oltre ad un carattere positivo, hanno anche un carattere negativo. Il Vecchio Saggio non fa eccezione. Può portare ad un arricchimento di fattori spirituali ma può anche mostrare la fissazione del sognatore a stati mentali remoti negativi e, in questo caso, può apparire come una figura che compie azioni malvagie, come ad esempio un mago. 

Nelle fiabe questa sua doppia natura è resa evidente dalla sua facoltà di trasformarsi. In certi racconti, questa dualità si esprime con il fatto che il vecchio ha solo una metà del corpo mentre l’altra è invisibile, il che rivela la natura antitetica dell’essere umano. Può fare la parte dell’alleato o del nemico, del padre o di colui che tiene prigioniera la principessa destinata all’eroe

La Grande Madre

L’Archetipo della Grande Madre rappresenta la figura materna, piena di pietà e di misericordia, colei che nutre e dalla quale, inizialmente fusi con il suo corpo, lentamente ci differenziamo. 

Non v’è dubbio che la potenza creatrice dell’universo fu identificata, dai primi uomini, nella Grande Madre Onnipotente. E’ un mito, questo, sopravvissuto per secoli in alcune culture primitive. Nelle isole melanesiane la donna primordiale viene immaginata come generatrice di bambini senza l’intervento di un compagno maschio. In qualche modo anche la cultura cattolica ha mantenuto intatto questo mito: Maria, Madre di Cristo, è nello stesso tempo vergine e madre, fecondata non da un uomo ma dallo Spirito Santo. In tutta l’Europa la Grande Dea era considerata immortale, immutabile e onnipotente e il concetto di paternità non era stato introdotto nel pensiero religioso. 

Nei più antichi miti cosmogonici ritroviamo Grandi Madri dalle quali tutto trae origine: la babilonese Ti’amat è l’elemento proprio degli inizi, la madre degli dei, rappresenta la confusione della palude dove vapori infetti, acque dolci e acque salate si mescolano e si confondono; nel proprio seno genera ogni sorta di creature mostruose e ribelli. Il regno della dea madre, della riproduzione presessuale, è equiparato al caos primigenio, al mondo disordinato.

Un’altra Dea, la Notte, è all’origine del mondo secondo un mito orfico. Fecondata dal vento, la Notte, dalle grandi ali nere, genera in se stessa un immenso uovo d’argento. Dall’uovo nasce il primo generato, Eros, il dio dell’amore, che porta alla luce quanto era nascosto nell’uovo d’argento: il mondo intero. 

 

Il concetto di Grande Madre nasce dalla storia della religione e comprende le varie specie di dea-madre ma nasce anche dal tipo di rapporto che il bambino ha con la propria madre nei primi mesi di vita. In questi primi mesi è la madre, la prima e più importante persona a entrare in rapporto con ciascuno di noi. Perciò l’Archetipo materno rispecchia immagini universali tuttavia, sulla base del contesto culturale nel quale ogni essere umano nasce e del tipo di relazione che si instaura con la propria madre, cambiano per il bambino le caratteristiche che emergono come dominanti.

La Grande Madre è conservatrice, rappresenta l’istintività e l’aspetto di dea della fecondità, contiene in sé un aspetto protettivo e accogliente, come una madre buona che cura il proprio piccolo. A questo dovrebbe seguire una spinta propulsiva alla differenziazione, in cui la genitrice spinge il figlio a crescere, a differenziarsi da sé. Se però la madre trattiene il figlio a sé, non permettendogli di diventare un individuo autonomo, si trasforma nel suo aspetto negativo: rappresenta una tendenza regressiva che fa permanere il figlio in una condizione di inglobamento psichico, rendendolo dipendente da lei. A questo punto la buona madre nutrice e protettrice si trasforma nel proprio aspetto negativo, nella cattiva madre, che trattiene, che divora e che con le sue pretese egoistiche impedisce ai figli il raggiungimento dell’indipendenza e li rende infermi ed infelici. I figli restano sepolti e intrappolati nel grembo della madre se proiettano su di lei un’armonia e una bontà assoluta, che li imprigiona in una condizione di figli innocenti, senza ombra e senza corpo; o ancora, pericolo diametralmente opposto, restano prigionieri di un’immagine totalmente negativa, distruttiva e fagocitante della madre (la madre maligna e traditrice) restando così segnati dalla durezza del mondo, per sempre figli non amati e pur sempre figli, caratterizzati da malinconia e depressione.

La Magna Mater è il lato istintivo e passionale che nell’uomo non si è estinto ma continua a vivere sotterraneo e continua a scindere tale Archetipo in luce ed ombra, nella santa madre-vergine (madre, sorella, figlia e sposa) e nella prostituta (le altre donne). Rappresenta perciò la grande istintualità e passionalità, in senso positivo e negativo, con i suoi abbandoni e le sue resistenze: è anche una madre cattiva che divora e inghiotte.

 

Come ogni Archetipo, anche quello della Grande Madre possiede una quantità pressoché infinita di aspetti che rappresentano anche la dualità madre buona - madre cattiva. Nei miti, oltre alla figura primigenia della Madre Onnipotente, può assumere molte forme: può essere proiettata sulla madre del soggetto, sulla bambinaia, può apparire come un’antenata familiare, una santa, la Santa Vergine, la Chiesa, la divina saggezza o la madrepatria. Fra gli aspetti negativi di questo archetipo vi sono quelle divinità che regolano i destini dell’uomo, le streghe, i draghi e così via. L’ambivalenza della figura materna è, ad esempio, ben raffigurata nel mito indiano della dea Kalì, i cui poli estremi ritornano nelle favole con i personaggi della Fata e della Strega.

Il Sé

L’ultima tappa sulla strada dell’individuazione è rappresentata dalla figura archetipica del Sé, la quale conduce ad un congiungimento dei due sistemi psichici parziali: la coscienza e l’inconscio. Questo compito è sul piano spirituale uno dei più gravosi per l’uomo anche perché allo spostamento dell’accento psichico ne consegue una metamorfosi della personalità, un mutamento di atteggiamento nei confronti della vita. 

Il Sé è il principale fra tutti gli Archetipi e la sua ricerca, come intuì Jung, è una finalità archetipica della psiche. La coscienza della duplicità dell’uomo porta con sé il desiderio di una riunificazione delle proprie parti scisse che i miti e le concezioni religiose hanno sempre rappresentato con immagini di vicende che simboleggiano una riconciliazione di elementi separati. Nell’immagine del Sé possiamo riconoscere l’ininterrotta tensione umana verso la composizione sintetica e creativa delle varie funzioni attraverso le quali la psiche entra in rapporto con se stessa e con il mondo.

Il Sé è l’armonizzazione a un livello più alto delle varie parti della personalità, un’autentica unione di opposti, è maschile e femminile, yin e yang, vecchio e fanciullo, bene e male, materiale e spirituale; è quindi il simbolo della “conjunctio” – simbolo di Totalità, Uroboros, pietra filosofale, anello, androgino. Ed è in questo senso che Jung afferma che il processo d’individuazione è un “mysterium coniuctionis”.

Tale Archetipo è il principio creativo e unificante della personalità umana, a cui si attribuisce il massimo potenziale espressivo dell’individuo e il raggiungimento della totalità psichica, è il centro virtuale di aggregazione delle esperienze che si svolgono lungo l’arco dell’esistenza e ne fanno un insieme significativo, un percorso con un senso riconoscibile. L’individuazione avendo come meta finale il Sé, quale sintesi di conscio e di inconscio, subordina il molteplice all’Uno, ma l’Uno é Dio e ciò che in noi gli corrisponde è, secondo Jung, l’Imago Dei. 

L’uomo sarebbe spinto dalla presenza inconscia del Sé a percorrere un cammino individuativo che gli permette di rendere manifesto ciò che già esisterebbe in lui. Il Sé, come un seme, contiene in forma latente tutto l’albero futuro, tutta la personalità dell’individuo, ma non può manifestarsi senza la collaborazione dell’Io. Solo se l’Io collabora, ciò che è in potenza, ciò che è latente, potrà divenire esistente e reale. Lo scopo dell’individuazione è la realizzazione della propria unicità, della propria personalità, tramite l’incontro con il Sè, con una dimensione universale che trascende l’Io.
L’esperienza del processo individuativo ci rivela che una forza universale opera in modo creativo, come che l’inconscio tracci la via da seguire secondo un disegno segreto, che si rivela nei sogni, in un continuo dialogo invisibile.

Una personalità armoniosa è in sintonia profonda, in accordo con l’interno (se stesso in tutte le sue polarità) e con l’esterno (l’universo), c’è dialettica tra individuazione e adattamento, conscio e inconscio, psiche e mondo. 

 

Il Sé può essere rappresentato come Cerchio o Quaternità, Mandala, Pietra Filosofale dell’Alchimia, Albero del Mondo, Androgino, Fanciullo Divino.